Mondo Agricolo
"Coltiviamo l'Appennino centrale": a Perugia gli agricoltori di Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche ed Umbria incontrano il governo e le istituzioni locali
11.04.2019

"Coltiviamo l'Appennino centrale": a Perugia gli agricoltori di Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche ed Umbria incontrano il governo e le istituzioni locali

Sviluppare un modello economico/produttivo del bosco, promuovere la superficie boschiva come coltura agraria a tutti gli effetti e incentivare una nuova gestione faunistico-venatoria per gli ungulati e i predatori: sono questi i principali obiettivi sui quali si è sviluppato il confronto tra agricoltori, associazioni di categoria e istituzioni nell’ambito dell’incontro “Coltiviamo l’Appennino centrale: risorse e criticità”, promosso da Confagricoltura, che si è tenuto il 4 aprile a Perugia. 
D’altro canto, l’Italia è un paese forestale con 10,9 milioni di ettari di bosco e terre boscate, ovvero il 36,4% della superficie nazionale, con un incremento notevole negli ultimi anni, che ha portato la superficie forestale a superare quella agricola. In Umbria, ad esempio, la superficie forestale è il 50% del territorio. Eppure noi italiani utilizziamo il 25-30% del potenziale, contro una media U.E. del 56%, con prelievi annui che sono la metà di quelli di Francia, Spagna e Portogallo (4 m3/ettaro/anno) e ancora di più rispetto a Germania e Gran Bretagna (5,6 e 5,4 m3/ettaro/annui). Siamo il 1° esportatore europeo di prodotti finiti (3° al mondo), ma anche il importatore mondiale di legna ad uso energetico e il 2° in Europa di legname. Probabilmente siamo anche il 1° importatore di legname illegale.
 
Su questi dati si è sviluppato il confronto che ha visto coinvolte le cinque regioni dell’Appennino centrale, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Marche e Lazio, rappresentate dai rispettivi assessori regionali all’Agricoltura, così come dai presidenti regionali di Confagricoltura e gli esperti Raoul Romano, del Centro ricerche politiche e bioeconomia CREA e Marco Apollonio dell’Università di Sassari. Insieme a loro, il Capo Dipartimento del ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e Turismo Giuseppe Blasi e il Presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti
L'agricoltura è componente essenziale per i territori dell’Appennino – ha detto Giansanti - Per questo occorre fare una riflessione profonda sulla sostenibilità economica dell’agricoltura in queste aree, senza la quale le montagne si spopolano e si perde quel vantaggio in termini multifunzionale che garantiscono gli operatori del settore, oltre naturalmente al contributo in termini di crescita e occupazione. I territori appenninici del nostro paese, caratterizzati spesso da una debolezza strutturale ed infrastrutturale che ne comporta marginalità ed isolamento economico-sociale, possono invece assumere un ruolo strategico nelle politiche di coesione territoriale che mettono al centro degli obiettivi le cosiddette “aree interne”.  E’ necessario quindi definire un piano strategico di gestione a livello nazionale di questa “infrastruttura verde” che è la dorsale appenninica, orientata alla permanenza e alla valorizzazione di tutte quelle attività di gestione e manutenzione del territorio (agricoltura sostenibile e tradizionale, pascolo, attività zootecniche, selvicoltura e attività connesse e complementari alle pratiche agricole). E sono necessarie strategie di governance tarate e calate, poi, nelle realtà locali e concertate tra i diversi attori dei singoli territori, al fine di orientare efficacemente le politiche di programmazione comunitaria, nello specifico i piani di sviluppo rurale.”
 
“Una delle difficoltà maggiori nel far partire politiche concrete per affrontare la difficile situazione di certe aree come quelle dell’Appennino centrale - ha spiegato  Giuseppe Blasi- è la scarsità di risorse. Per il futuro, tuttavia, c’è sicuramente una maggiore collaborazione tra Stato e Regioni su questi temi, che è importante anche in vista della nuova programmazione dei fondi comunitari, fondamentale per avere le risorse necessarie. I prossimi due anni saranno decisivi e dobbiamo lavorare insieme per poter trovare soluzioni concrete.”
 
AREE BOSCHIVE - Incentivare, dunque, un utilizzo energetico della risorsa boschiva, che oggi, grazie anche alle moderne tecnologie, è in grado di fornire rendimenti energetici superiori al 90% e minime emissioni, è quanto chiedono gli agricoltori di Confagricoltura alle istituzioni. Il che implica -secondo quanto emerso dall’incontro- un nuovo modo di intendere il bosco stesso, da considerarsi coltura agraria a tutti gli effetti e non un’entità astratta completamente vincolata. I dati ci dicono, del resto, che l’80% dei boschi è situata in aree rurali interne, per le quali la valorizzazione del patrimonio forestale potrebbe essere un’opportunità di sviluppo economico. Ma per farlo è necessaria anche una gestione attiva delle foreste, che non si sostanzia solo nella pianificazione degli interventi, quanto piuttosto in un vero e proprio rinnovamento periodico della risorsa forestale, necessario per garantire una redditività economica delle aree boschive, spesso svantaggiate, valorizzando il ruolo e la funzione del bosco.
Se andiamo a vedere nello specifico l’utilizzo di biomasse solide - la prima fonte rinnovabile- troviamo che l’incidenza delle famiglie italiane che utilizzano legna da ardere per riscaldamento (Istat) è pari al 21,4% del totale delle famiglie residenti. La regione Umbria è la prima in Italia per consumo di legna da ardere (47 famiglie su cento) ed è una delle Regioni con più alto consumo di pellet (11 famiglie su 100). Non dimentichiamo, infatti, che un ettaro di bosco gestito è in grado mediamente di generare (in 300 anni) un risparmio di 1.603 t di CO2, ovvero 10 volte maggiore al risparmio conseguibile da una foresta vergine (146 t CO2), poiché il legname prelevato, attraverso la sua valorizzazione energetica, sostituisce vettori energetici fossili.
Le istituzioni, quindi, devono promuovere un giusto modo di fare selvicoltura, con una visione strategica del bosco e un maggiore controllo da parte delle forze dell’ordine, per contrastare l’abusivismo e il lavoro irregolare da parte di aziende e cooperative forestali. Sul piano occupazionale i dati ci parlano di circa 80mila imprese per 400mila addetti, più circa 50mila operai forestali dipendenti di PA.
 
FAUNA SELVATICA - Altro tema particolarmente sentito quello della gestione della fauna selvatica e dei danni che questa provoca sempre più spesso e sempre più ingenti all’agricoltura. Ciò che interessa agli agricoltori è poter svolgere l’attività economica e restare sul mercato, non avere il rimborso del danno. Per questo è necessario riconoscere che la legge 157/92 non è più attuale e non consente di intervenire efficacemente, impostata com’è su una conservazione della fauna selvatica spesso non più adatta allo sviluppo del territorio, sia dal punto di vista economico, ma anche della salute (rischio peste suina sempre più diffusa dai cinghiali) e della sicurezza (aggressioni e incidenti stradali).
Sui danni da fauna selvatica, Confagricoltura si è spesso e con determinazione battuta per il risarcimento agli agricoltori da parte dello Stato, sia dei danni diretti determinati dalla perdita di produzione, sia dei danni indiretti, per la perdita di penetrazione nel mercato. Ma è, al contempo, necessaria l’attuazione di politiche di contenimento adeguate. Proprio nel 2018 Confagricoltura aveva presentato una diffida alla Regione dell’Umbria per predisporre piani di contenimento delle specie dannose. i danni provocati dai cinghiali, nutrie, storni e corvidi sono sempre di più, mentre gli indennizzi risultano sempre più inadeguati sotto tutti i punti di vista. La mappatura del territorio regionale è totalmente inadeguata alla situazione attuale, ledendo così gli interessi degli imprenditori agricoli umbri, nel diritto di proprietà e di iniziativa economica che la Costituzione italiana tutela, senza considerare i problemi alla sicurezza.