Mondo Agricolo
La “bolla” non e’ una bolla
02.01.2018

La “bolla” non e’ una bolla

L’inarrestabile successo delle bollicine dimostra che il fenomeno non è una “bolla”, né speculativa, né di tendenza. I consumi di sparkling nel mondo continuano a crescere e in alcuni Paesi come la Russia rappresentano il 24% dei consumi totali di vino. Ma le bollicine giocano un ruolo di primo piano anche in Germania (17%), Francia (14%), Polonia (14%) e Italia (11%). Da quanto emerge dal Report Sparkling di Wine Monitor Nomisma del novembre 2017, in termini di volumi consumati a fare da padroni sono gli “altri sparkling”, categoria dove rientrano il Prosecco e lo spagnolo Cava, che hanno registrato le migliori performance di crescita negli ultimi cinque anni. Al contrario, gli Champagne occupano una posizione inferiore, anche se assumono rilevanza in Francia, Svizzera, Giappone e Stati Uniti. In questo scenario l’Italia gioca un ruolo di primo piano collocandosi al primo posto nelle esportazioni in termini di volumi (43%), seguita da Spagna (22%) e Francia (21%). Anche se in termini di valori è la Francia a detenere la leadership con il 55%. Dietro Italia con il 23% e la Spagna con l’8%. Grazie al successo dei propri sparkling è stato proprio il nostro Paese ad ottenere i migliori risultati nell’export negli ultimi dieci anni, arrivando a surclassare la Francia e diventando il maggior exporter mondiale in termini di volumi. A trainare l’export di settore è il Prosecco: negli ultimi cinque anni le esportazioni di “spumanti Dop” (costituite in larga parte da questo prodotto) hanno registrato tassi di crescita a tre zeri. Ma salgono anche gli “altri spumanti”, seconda voce dell’export italiano in volume. E se lo Champagne è la prima voce dell’export francese di spumanti, sono gli “altri sparkling” – possibili competitor degli spumanti italiani in virtù del loro prezzo medio – a registrare i migliori tassi di crescita. Stesso fenomeno accade in Spagna dove questa categoria di spumanti primeggia su quelli Dop, costituiti principalmente dal Cava. Il crescente successo commerciale di questo settore ha spinto molte cantine italiane a mettersi in gioco con le bollicine, affiancandole ai prodotti tradizionali. Se fino a pochi anni fa era raro tovare spumanti prodotti con Metodo Classico fuori dalle denominazioni Franciacorta Docg, Trento Doc, Oltrepò Pavese Docg e Alta Langa Docg, oggi l’offerta si moltiplica velocemente un po’ in tutte le regioni. Anche i disciplinari delle Denominazioni si stanno adeguando e molte delle recenti modifiche hanno introdotto proprio la possibilità di produrre spumanti laddove fino a poco tempo fa non era permesso. Un segnale di apertura, che va sicuramente incontro alla richiesta dei consumatori, ma non solo. L’Italia vanta il patrimonio ampelografico più ricco al mondo, con circa 400 vitigni autoctoni distribuiti in tutta la Penisola, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. Un potenziale spesso inesplorato, che può riservare sorprese anche nell’ambito della produzione di bollicine. Sono, infatti, molte le uve autoctone italiane che hanno una buona predisposizione alla spumantizzazione e la recente sperimentazione ne sta mettendo in luce le potenzialità. La nostra tradizione nel campo del Metodo Classico è nata sul modello della Champagne e ha mutuato dalla Francia non solo il metodo di produzione, ma anche l’uso quasi esclusivo di vitigni della rinomata regione francese: principalmente lo Chardonnay e il Pinot nero. Nei principali Paesi europei c’è, invece, una maggior libertà nell’utilizzo dei vitigni, in particolare in Spagna e in Francia. Gli spumanti Cava Dop sono realizzati soprattutto con le uve locali.  E nell’Appellation francese Crémant Aoc, si trova un’ampia varietà di uve oltre a quelle classiche della Champagne.  Ecco che allora può essere interessante intraprendere un rapido viaggio alla scoperta di queste curiose realtà enologiche, spesso poco conosciute. La Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle è l’unica azienda in Valle d’Aosta a produrre spumante Metodo Classico a denominazione di origine partendo da uve Prié Blanc, situate a oltre mille metri. Più a Sud, in Piemonte, nel comprensorio di Gavi (Alessandria), Luisa Soldati de La Scolca produce bollicine da uve Cortese.
A Chiavari (Genova) Bisson, qualche anno fa, ha voluto puntare sulla sperimentazione più ardita, producendo Abissi, un Metodo Classico affinato addirittura sui fondali marini, ottenuto da viti tutte liguri: Bianchetta Genovese, Vermentino, Pigato. Bellenda, nella Marca Trevigiana, spumantizza una parte del suo vino ottenuto da Glera (l’uva del Proseco) in purezza con il metodo classico. Più a est, in Friuli, è Puiatti di Romans d’Isonzo (Gorizia) a offrire un nuovo e interessante esempio di Ribolla Gialla rifermentata in bottiglia. Nel Lazio Casale della Ioria spumantizza con il metodo charmat la Passerina e si sta assistendo alla rinascita di una piccola risorsa importante per lo sviluppo vitivinicolo locale, il Roscetto, che ben si adatta a questo procedimento. L’elevata versatilità del Verdicchio, nelle Marche, consente il suo utilizzo anche in versione spumante. Stessa cosa in Abruzzo con la varietà Pecorino.In Campania, un’azienda molto attenta alla spumantizzazione di vini da uve autoctone è Grotta del Sole di Quarto (Napoli), che utilizza il vitigno Asprinio per produrre Metodo Classico e Charmat. Scendendo in Calabria, fa capolino un’altra varietà atta alla spumantizzazione, il Montonico bianco, uno dei più antichi vitigni autoctoni della regione, utilizzato dalle cantine Statti  per produrre un Brut Metodo Classico. In Sicilia, alle pendici dell’Etna, Planeta alleva Carricante. Il risultato è un Brut Metodo Classico che affina almeno 12 mesi sulle fecce.