Mondo Agricolo
La zootecnia lodigiana ai tempi del Coronavirus. La storia dell'allevatore Giovanni Penné
28.02.2020

La zootecnia lodigiana ai tempi del Coronavirus. La storia dell'allevatore Giovanni Penné

L’attività zootecnica è stata “risparmiata” dal decreto d’urgenza del Consiglio dei ministri il 23 febbraio scorso che ha imposto la cosiddetta “zona rossa”, bloccando di fatto la movimentazione di persone e di tutte le attività lavorative a rischio per la diffusione del Covid-19 (Coronavirus). Non si entra e non si esce perché ci sono i posti di blocco intorno agli 11 Comuni lodigiani ritenuti in Lombardia il focolaio dell’infezione.
Tutto questo non vale per gli allevamenti: in questa zona interdetta ad altre attività si continua a mungere, ad alimentare gli animali, siano bovini o suini, a conferire la materia prima al caseificio, anche se la struttura è ubicata al di fuori del confine della zona rossa, e si continua a inviare i capi pronti al macello. La zootecnia è l’unica attività che è stata ritenuta dal decreto un servizio essenziale per la cittadinanza in quanto fornitrice di latte e carne. Il provvedimento, però, è stato molto “frettoloso, ovviamente perché emanato, immediatamente dopo la scoperta dei primi casi di infezioni accertate a Codogno e Comuni limitrofi in piena emergenza per la salute dei cittadini.
Entrando nel dettaglio il decreto stabilisce quali sono le principali attività collegate, quelle che consentono il superamento della linea di demarcazione:  il conferimento di latte e la movimentazione degli animali da macello, la fornitura di prodotti per l’alimentazione zootecnica e la cure prestate dai veterinari. Restano fuori, però, tante altre attività connesse che non vengono indicate in modo esplicito. E allora? Gli allevatori hanno scoperto, a loro spese, che devono essere autorizzate singolarmente.
Ti manca il tecnico per riparare l’impianto di mungitura? Occorre chiederlo alla prefettura. Hai un dipendente di stalla che abita fuori dalla “zona rossa”? Devi chiedere sempre il lasciapassare in  prefettura. Lo spiega bene Giovanni Penné, allevatore di manze a Casalpusterlengo, frazione di Vittadone, in piena zona rossa. (legato con un contratto di soccida a un produttore di latte) e socio di Confagricoltura: “”C'è stata confusione all'inizio, tra difficoltà di logistica delle merci e di movimentazione del personale fuori e dentro la "zona rossa". Ogni singola azienda agricola deve infatti farsi autorizzare in prefettura, ad esempio, presentando un elenco del personale di stalla”.
La pratica viene evasa in giornata, ma il prolungarsi dell'emergenza e la crescita delle necessità anche solo quotidiane, potrebbe allungare i tempi di risposta. Senza contare che si avvicina il momento delle semine e i terreni devono essere lavorati. Che cosa succederebbe in caso di rottura di una macchina o di un’attrezzatura utilizzata per preparare i terreni?  O in caso di necessità di un intervento tecnico all’impianto di mungitura che è in funzione per ore e ore al giorno? “Servono i permessi – fa sapere Penné -  anche se dobbiamo riconoscere che le Organizzazioni di categoria hanno sempre offerto, fin dai primi momenti, un contributo importante per la presentazione delle pratiche in prefettura distribuendo i moduli e  organizzandosi in modo sistematico”. (F.B.)