18.10.2017

Lasagna: "Ripensare alle politiche di sviluppo del Paese. Se si vuole agricoltura forte bisogna renderla competitiva"

“Investire nell’agricoltura non conviene, è necessario. Il Paese non può fare a meno del settore, non a caso definito primario. L’agricoltura è il cibo che mangiamo, è il paesaggio che vediamo, è l’energia (alternativa) che utilizziamo. Significa sicurezza alimentare, salvaguardia ambientale, presidio del territorio”. Lo ha detto il vicepresidente di Confagricoltura Matteo Lasagna,  intervenendo a Milano al convegno di ‘Panorama d’Italia’ su ‘Il futuro in campo. Perché investire nell’agricoltura conviene ai giovani, alle imprese, al Paese’.
 
“L’importanza dell’agricoltura non è percepita in pieno dalla politica che dovrebbe porla al centro del sistema economico, come fanno ad esempio i francesi – ha proseguito Lasagna -. Le radici del nostro Paese sono rurali, abbiamo poi voluto accantonarle per perseguire uno sviluppo fondamentalmente in chiave industriale che ha creato indubbi benefici ma anche tanti problemi, perché ha portato migrazioni di massa, spopolamento delle campagne e dei centri rurali. Per molti decenni abbiamo dimenticato chi eravamo, oggi si torna alle origini, si comincia finalmente ad acquisire consapevolezza che senza aziende agricole, tanti borghi rurali, sono stati abbandonate; con tutti i problemi che ne conseguono per il territorio perché non c’è più (pensiamo alle zone montane) chi fa manutenzione, chi pianta alberi e così si registrano frane e smottamenti, erosione dei suoli.
 
Bisogna ripensare alle politiche di sviluppo del Paese. Se si vuole un’agricoltura forte,  bisogna renderla competitiva. Bisogna scrollarsi di dosso l’idea bucolica dell’agricoltura e considerarla per quello che è realmente: attività di imprese che operano in sistemi di mercato complessi e globali. L’agricoltura nasce nel locale ma si proietta sul globale, con benefici che poi tornano nel locale. Lo sviluppo non si ha solo con il recupero delle tradizioni, dei prodotti di nicchia, delle marmellatine; certo c’è anche questo (ed è bene che ci sia), ma bisogna soprattutto ‘guardare lontano’, esportare i prodotti made in Italy che piacciono nel mondo, andando a conquistare una fetta dell’italian sounding e del falso made in Italy, con  prodotti che imitano, echeggiano un’italianità che non hanno.
 
“Il danno non è solo per le imprese agroalimentari italiane ma per tutto il Paese – ha tenuto a sottolineare il vicepresidente di Confagricoltura -. Abbiamo calcolato che il falso made in Italy fa perdere ai mercati legali circa 4 miliardi di euro l’anno che si traducono  in circa 20mila posti di lavoro in meno all’anno; ma c’è di più, se si riuscisse a porre fine a questa pratica si potrebbero creare fino a 300mila posti di lavoro”.
 
“C’è, nelle aziende agricole, una nuova consapevolezza produttiva – ha poi posto in evidenza Lasagna -. Bisogna produrre più cibo per una popolazione mondiale in aumento ma con meno impatto sull’ambiente. Per questo parliamo di produttività sostenibile. L’obiettivo è coniugare produttività, sostenibilità e competitività. Per raggiungere questi obiettivi è una leva fondamentale l’innovazione tecnologica e digitale”.
 
Ed a proposito di innovazione, Lasagna ha ricordato come gli agricoltori già utilizzino sensori, droni, big data e applicazioni digitali. “Le nuove tecnologie - ha concluso - permettono di migliorare le performance delle imprese, contribuendo, nello stesso tempo, all’aumento dell’occupazione giovanile in agricoltura. Nelle aziende agricole ci sarà bisogno di nuove figure professionali, esperti nel digitale”.