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Dal Territorio

Massimo Passanti alla guida della Federazione nazionale Pomodoro da Industria di Confagricoltura

22 marzo 2021
Massimo Passanti alla guida della Federazione nazionale Pomodoro da Industria di Confagricoltura -  Dal Territorio | Confederazione Generale dell'Agricoltura Italiana

Sarà il ravennate Massimo Passanti a guidare la FNP (Federazione nazionale di Prodotto) Pomodoro da Industria di Confagricoltura. Imprenditore agricolo e produttore di pomodoro. E' a capo della Propar-cooperativa associata ad Apo Conerpo con circa 2.100 soci e 15.000 ettari, suddivisi tra le province di Ravenna e Ferrara, di colture orticole e sementiere destinate all’agroindustria e di mais ceroso per l’alimentazione di impianti biogas anche di proprietà -, oltre a essere vice presidente vicario di Conserve Italia, consorzio cooperativo. Si definisce “socio storico” di Confagricoltura Ravenna fin dai tempi in cui faceva sindacato tra le fila dei giovani agricoltori dell’Anga.  Conduce l’azienda agricola di famiglia a indirizzo frutticolo e vitivinicolo con terreni tra Ravenna e Alfonsine; dirige inoltre l’azienda agricola Cà Bosco Srl a San Romualdo – più di 200 ettari coltivati a seminativo fra cui pomodoro, mais da seme, barbabietola da zucchero, grano e soia –, una realtà all’avanguardia nell’innovazione che dal 2008 ospita la sede operativa, di tipo sperimentale dimostrativo, del centro di ricerca Horta (spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza), con l’obiettivo di trasferire nuove conoscenze all’agribusiness.

Il neo presidente della Federazione nazionale di prodotto è chiamato a rappresentare i coltivatori di pomodoro da industria «con l’obiettivo di massimizzare la produzione quali-quantitativa e la crescita dei profitti aziendali anche attraverso moderne tecnologie di precision farming che consentono di limitare l’uso di fitofarmaci, acqua ed energia». Al centro c’è la sfida del futuro, da Nord a Sud dello Stivale, ossia: «la sostenibilità economica della coltura con l’incubo dei folli costi di produzione (seme, agrofarmaci, attrezzature e assicurazioni); l’adattamento al cambiamento climatico che richiede alta professionalità a partire dalle lavorazioni in pieno campo; il difficile confronto con l’industria di trasformazione, che vive una fase di profonda evoluzione verso una maggiore concentrazione, con gli stabilimenti piccoli costretti a cedere il passo a quelli più grandi e competitivi». Sono oltre 65.000 gli ettari coltivati a pomodoro da industria nel Paese di cui oltre 26.000 in Emilia-Romagna (quasi 2.000 ha nella provincia di Ravenna). L’Italia è prima al mondo per produzione di polpe, passate e sughi; terza per quantitativi di pomodoro trasformati pari a 5,16 milioni di tonnellate (+ 8% nell’ultimo anno) ossia il 13% della produzione planetaria.

Passanti confida nella ricerca sperimentale quale motore di crescita delle aziende agricole, per arrivare a una reale transizione agroecologica. Alla Ca’ Bosco è installata una delle due centraline in Italia (l’altra è a Foggia) in grado di rilevare l’incidenza di alcune produzioni agricole sul sequestro di carbonio, nell’ambito del progetto europeo Agrestic, coordinato da Horta. «Si parla tanto di ridurre le emissioni di gas serra per contrastare la crisi climatica, ma si tralasciano gli elementi scientifici. Invece l’agricoltura svolge un ruolo essenziale spesso sottostimato perché se il terreno trattiene più carbonio, meno CO2 va nell’aria». E snocciola i primi dati: «È emerso, ad esempio, che seminando erba medica dopo il frumento, nella stessa annata, la seconda coltura sequestra importanti quantità di carbonio e azoto, con un saldo positivo di 0,31 tonnellate di CO2 per ettaro».

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