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Dicono di noi

L’Italia mette da parte il grano per colture più redditizie: crescono i prezzi e diminuiscono i raccolti - L'analisi di Confagricoltura su Corriere.it

20 maggio 2022
L’Italia mette da parte il grano per colture più redditizie: crescono i prezzi e diminuiscono i raccolti - L'analisi di Confagricoltura su Corriere.it -  Dicono di noi | Confederazione Generale dell'Agricoltura Italiana

In un comunicato qualche settimana fa la Confagricoltura di Arezzo ha fatto sapere che in provincia “si coltivano attualmente meno di 5mila ettari a frumento, nel Dopoguerra se ne coltivavano 65mila. La produzione di grano nostrano si è contratta, anche se la produttività è più che raddoppiata, ma il tema della non autosufficienza torna in primo piano a fronte della crisi internazionale”. L’Ente aretino ha fotografato una situazione complessa, che lascia spazio a tante domande. È davvero possibile sostenere una soluzione di tipo autarchico e raggiungere l’autosufficienza nella produzione di grano tenero (usato per le farine) e grano duro (pasta)?

Le trebbiatrici stanno per entrare in funzione ma ci si aspetta un calo di produzione del grano duro. L’impennata dei prezzi inciderà sulle semine del prossimo autunno: per coltivare un ettaro serviranno 1.200 euro, il doppio del 2021

Ci sono vincoli europei ai quali devono sottostare gli agricoltori italiani? E se i costi per fertilizzanti, gasolio e sementi continueranno a crescere, annullando di fatto la redditività, gli agricoltori continueranno a seminare per il bene del Paese? Basandosi sui dati Istat, il Centro studi di Confagricoltura ha analizzato l’andamento delle superfici coltivate a frumento tenero e duro in Italia nell’ultimo decennio, dati presentati regione per regione. Puglia, Sicilia, Toscana ed Emilia Romagna sono da sempre considerate i granai d’Italia. In Puglia nel 2010 erano coltivati a grano tenero 5,559 ettari (produzione 126.365 quintali), diventati 15mila nel 2020 (402.800 quintali); Sicilia 1.100 ettari (31.900 q) diventati 390 (10.300 q). Toscana 12.740 ettari (449.000 q) diventati 26.964 (1.028.847 q). Emilia Romagna 144.994 ettari (8.535.210 q) diventati 140.971 (8.847.317 q). Cosa emerge? In Emilia Romagna e in Sicilia gli agricoltori hanno preferito ridurre il terreno coltivabile a frumento tenero, preferendo con probabilità colture più redditizie. Situazione simile per il grano duro. Nel 2010 in Puglia si coltivavano 283.870 ettari (7.368.940 quintali), dieci anni dopo 344.300 ettari (9.904.500 quintali). Sicilia 301.821 ettari (8.279.883 quintali) diventati 264.525 (7.298.250 q). Toscana 94.340 ettari (2.881.940 q) diventati 56.225 ettari (2.085.939). Emilia Romagna 72.015 ettari (3.628.940 q) diventati 52.306 ettari (3.040.079 quintali).

Tra poche settimane le trebbiatrici entreranno in funzione in tutta Italia, prima in Sicilia per risalire fino alle aree interne dell’Appennino. Si raccoglierà il frumento seminato nell’autunno 2021 e non c’è da stare troppo allegri. «Aspettiamoci un calo della produzione del grano duro che nella media italiana si aggira tra i 3,8-4,1 milioni di tonnellate l’anno», dice l’imprenditore pugliese Filippo Schiavone, componente della Giunta nazionale di Confagricoltura. Spiega: «Si è seminato da novembre fino a fine dicembre. Al Nord si è verificata una crisi idrica dovuta alla siccità. Al Sud invece, sono state proprio le piogge a non aver aiutato. L’inverno è trascorso tuttavia sereno, ma a marzo è arrivata la siccità proprio nel momento in cui le spighe diventavano turgide. Il risultato? Le previsioni sono di una produzione ridotta». Gli eventi climatici incidono profondamente sul prezzo del frumento. «Nel 2021 la siccità ha decimato i raccolti in Nord America, con una flessione del 50% del grano duro», dice ancora Schiavone. Oggi, gli agricoltori devono anche fare i conti con il caro prezzi dovuto alla crisi ucraina. «L’impennata inciderà sulle semine del prossimo autunno», dice Schiavone. «Gli agricoltori sceglieranno davvero di seminare in un panorama dove i guadagni tendono a restringersi sempre più?». Nel 2021, per coltivare a grano duro un ettaro di terreno servivano 600-700 euro tra concimi, sementi e lavoro. «Adesso ne servono circa 1.200 e la spirale dei costi non tende a scendere. Ad aprile 2021 l’urea, il concime azotato più diffuso e impiegato nel mondo, aveva un prezzo massimo di 35 euro al quintale. Oggi servono 125 euro, quasi quattro volte di più».

«Il frumento è considerato a tutti gli effetti una “commodity” e pertanto lasciato alla mercé di ogni tipo di speculazione finanziaria», dice Carlo Bartolini Baldelli, presidente di Confagricoltura Arezzo. «La spinta a non coltivare da parte delle politiche agricole europee è stata forte ed i contributi mai sufficienti a coprire i costi di produzione a fronte dei prezzi irrisori. Le imprese agricole con il tempo hanno abbandonato tale coltivazione, non più conveniente e non sufficientemente protetta da una politica agricola che, in questo caso, ha completamente abdicato a favore del mercato finanziario speculativo. Negli ultimi decenni il numero spropositato di ungulati che devastano i raccolti a partire dalla semina in poi, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso»...

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