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Mondo Agricolo - approfondimenti

3,8 milioni di tonnellate di grano non bastano. L'industria italiana ha bisogno dell'import

21 October 2025
3,8 milioni di tonnellate di grano non bastano. L'industria italiana ha bisogno dell'import -  Mondo Agricolo - approfondimenti | Confederazione Generale dell'Agricoltura Italiana

di Riccardo Calabrese 

L’Italia è la prima in Ue per quantità di frumento duro prodotto. Ma per rispondere alla domanda dell’industria, il Paese importa ogni anno circa 2,7 milioni di tonnellate. Soprattutto da Canada, Turchia e Grecia

 

“Le cronache recenti trasmettono, come mai in precedenza, l’allarme degli agricoltori italiani per il crollo dei prezzi di vendita della produzione di frumento: i ricavi non sono più sufficienti a compensare i costi, molte aziende rischiano di chiudere, tante altre abbandoneranno la coltivazione, soprattutto nel Mezzogiorno, soprattutto del grano duro che pure, proprio nel nostro Paese, rappresenta la materia prima per la produzione della pasta, eccellenza del Made in Italy agroalimentare che alimenta una quota consistente del nostro export di settore”. Questa è l’introduzione del bollettino del Centro studi di Confagricoltura del novembre 2016 dal titolo “Frumento duro dieci anni di instabilità”. Un incipit che calza benissimo anche oggi, a distanza di quasi 10 anni.

Dal 2016 ad oggi, infatti, sono state varie le volte in cui il mercato del frumento è stato caratterizzato da fenomeni di “volatilità” dei prezzi. Tanto che questa volatilità è ormai diventata la regola, per effetto di una crescente globalizzazione degli scambi, governata, più che da principi obiettivi (rapporto fra produzione e consumi), da strategie commerciali speculative.

Strategie tendenti a realizzare il massimo profitto attraverso il governo degli stoccaggi, alimentati da acquisiti dagli agricoltori a basso prezzo e scaricati con rivendite all’industria di trasformazione al prezzo più alto possibile. Gli agricoltori italiani, e le loro Organizzazioni di Produttori, sono ancora scarsamente protagonisti nel governo dello stoccaggio, prevalentemente nelle mani di operatori commerciali evidentemente guidati da interessi diversi da quelli dei produttori primari.  

La novità di oggi è, invece, la politica iper-protezionistica degli Usa con l’attuale amministrazione Trump. Le dichiarazioni del presidente in materia di dazi - in particolare quelle più recenti riguardanti la pasta - non hanno solo messo in difficoltà le esportazioni di questo prodotto (realizzato naturalmente con frumento duro), ma hanno anche contribuito al rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro, la valuta di riferimento per gli scambi commerciali internazionali. Questo ha reso di fatto più conveniente l’acquisto di frumento proveniente da Paesi extra-Ue. 

Il primo posto in Ue tra i produttori non basta 

L’Italia si conferma nel 2025 il primo produttore europeo di frumento duro con 1,147 milioni di ettari coltivati e una produzione di 3,8 milioni di tonnellate. È, inoltre, il primo produttore mondiale di pasta, con 3,6 milioni di tonnellate (davanti a Turchia e Stati Uniti), un fatturato di 7 miliardi di euro e un valore delle esportazioni pari a 4,1 miliardi di euro nel 2024. Nonostante la leadership nella produzione di frumento duro, per garantire la sostenibilità dell’industria pastaia, l’Italia deve comune fare ricorso alle importazioni: circa 2,7 milioni di tonnellate da diverse fonti.

Nel 2024, le principali provenienze sono state il Canada (613mila tonnellate), la Grecia (524mila tonnellate) e la Turchia (337mila tonnellate). Questa dipendenza dall’importazione riflette la complessità delle catene di approvvigionamento alimentare globali e la forte interdipendenza economica tra i Paesi. Nel 2024, il tasso di autoapprovvigionamento del frumento duro si è attestato al 57,8%, influenzato negativamente dalle avversità climatiche che hanno inciso sulle rese per ettaro.

Pertanto, negli ultimi mesi la catena di approvvigionamento ha subito una significativa pressione a causa della drastica diminuzione del prezzo medio all’origine del frumento duro, che è calato del 20% nella campagna 2023/2024, e ha continuato a scendere nella campagna 2024/2025, passando da 288 euro per tonnellata nel settembre 2024 a 270 euro per tonnellata nel settembre 2025 con un ulteriore perdita del 6%. 

 

LEGGI ANCHE | Intervista a Mastromauro (Pastai Italiani): "I nuovi dazi sulla pasta sono un danno per tutta la filiera. Gli squilibri di mercato colpiscono anche noi"

 

Tuttavia, limitarsi a osservare il solo andamento della quotazione del frumento offre una visione parziale del problema. Nello stesso arco temporale, da settembre 2024 a settembre 2025, il contesto dei costi di produzione ha registrato tendenze opposte: il prezzo dell’urea, uno dei fertilizzanti più utilizzati nelle coltivazioni, è aumentato di oltre il 21%, mentre il nitrato ammonico ha fatto registrare una crescita del 16%. Questi incrementi dei costi si sono verificati in concomitanza con un calo del prezzo del frumento duro del 6%, evidenziando un netto squilibrio tra ricavi e spese di produzione.

La situazione mette sotto pressione la sostenibilità economica delle aziende agricole, che si trovano a dover affrontare costi crescenti per i fertilizzanti e input agricoli, pur vedendo ridursi il valore del loro prodotto principale, rendendo più complesso mantenere la redditività e pianificare investimenti futuri. Se le quotazioni dovessero rimanere su livelli troppo bassi, come osservato nelle ultime settimane, potrebbero mettere in difficoltà molti produttori, influenzando negativamente l’equilibrio complessivo del mercato.  

L'importanza delle filiere

Il settore del frumento duro italiano continua a essere segnato da una forte instabilità, dovuta alla volatilità dei mercati, all’aumento dei costi di produzione e alla dipendenza dalle importazioni. Nonostante ciò, l’Italia mantiene una posizione di leadership europea e mondiale, grazie a una filiera agroalimentare di eccellenza. Le aziende agricole hanno bisogno di una maggiore stabilità e sicurezza attraverso contratti di filiera di durata almeno triennale con le industrie di trasformazione.

Questi accordi, infatti, rappresentano uno strumento fondamentale per dare certezze economiche agli agricoltori, valorizzare la qualità delle produzioni e incentivare pratiche agricole più sostenibili, sia dal punto di vista ambientale che economico. In quest’ottica, è fondamentale l’attivazione di finanziamenti mirati che favoriscano forme di aggregazione orizzontale, capaci di creare sinergie tra produttori e rafforzare i rapporti lungo tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione, fino alla distribuzione.  

 

L’articolo è presente su Mondo Agricolo di ottobre, la rivista dell’agricoltura

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