di Marco Esposito
“Il mondo della pasta sia unito, gli squilibri di mercato riguardano anche i pastifici". È uno dei messaggi che la presidente dei Pastai Italiani di Unionfood, Margherita Mastromauro, rivolge al settore primario in questa fase di incertezza per mondo della pasta dovuta all’indagine antidumping avviata dal dipartimento del Commercio Usa sui prezzi di due marche.
“Nuovi dazi sulla pasta italiana comporterebbero una perdita di volumi, di quote di mercato e una minore presenza del Made in Italy negli Usa. Sarebbe una misura penalizzante per le imprese italiane, ma anche per distributori e consumatori statunitensi”. Dal 2023 presidente dei Pastai Italiani di Unione Italiana Food, e dal 2020 è alla guida dell’azienda di famiglia, il Pastificio Riscossa, Margherita Mastromauro risponde anche alle istanze del settore crealicolo. "I costi di produzione sono un riferimento, la legge non può imporre un prezzo. Contratti di filiera utili ma non sufficienti”.
Presidente, partiamo dai cosiddetti “mega dazi” del 107% che gli Stati Uniti potrebbero imporre sulla pasta italiana per presunto dumping. Che impatto concreto avrebbero sul settore e quanto pesa il mercato statunitense per i produttori italiani?
Parliamo di una misura che colpirebbe una quota molto rilevante delle nostre esportazioni. Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato mondiale di esportazione di pasta per il nostro Paese, con un valore di circa 600 milioni di euro. È evidente che la preoccupazione è altissima: l’impatto potenziale non riguarderebbe solo alcune aziende, ma l’intero sistema-Paese.
Se questi dazi venissero confermati, sugli scaffali americani ci sarebbe meno pasta italiana e a prezzi decisamente più elevati. Questo comporterebbe una perdita di volumi, di quote di mercato e una minore presenza del Made in Italy per i consumatori. Sarebbe una misura penalizzante non solo per le imprese italiane, ma anche per distributori e consumatori statunitensi, che da sempre associano la pasta italiana a qualità e autenticità.
Il mercato Usa è davvero sostituibile, come qualcuno sostiene? Le imprese stanno valutando strategie alternative?
È stato detto che alcune imprese potrebbero valutare di produrre direttamente negli Stati Uniti per aggirare i dazi. In realtà non è una soluzione praticabile nel breve periodo. E soprattutto, il Made in Italy va preservato nella sua essenza: la pasta italiana dev’essere prodotta in Italia. È un patrimonio culturale ed economico che non può essere snaturato.
La nostra leadership si fonda sull’autenticità della filiera, dal grano alla trasformazione, fino al prodotto finito. È vero che le imprese stanno diversificando i mercati, perché il consumo mondiale di pasta è in crescita. Ma la concorrenza aumenta, spesso con costi molto più bassi dei nostri. Espandersi su nuovi mercati richiede tempo, investimenti e strategie di lungo periodo: non si può sostituire dall’oggi al domani il peso del mercato americano.
Gli agricoltori hanno protestato contro il crollo del prezzo del grano italiano, accusando l’industria di trasformazione di privilegiare l’import estero e di comprimere i prezzi sotto i costi di produzione. Come risponde? È solo una dinamica di mercato o esistono squilibri nella catena del valore?
Le proteste degli agricoltori si verificano ciclicamente quando il prezzo del grano scende, a causa dell’andamento della produzione mondiale, della domanda e delle importazioni. In un mercato globale e libero non è possibile contrastare queste dinamiche con barriere protezionistiche o interventi normativi.
Gli squilibri e la concorrenza - che spesso è anche sleale - riguardano tutta la filiera, non un solo anello. Anche i pastifici competono ogni giorno con produttori esteri che operano con costi molto inferiori, regole meno stringenti, barriere tariffarie a loro vantaggio e livelli di protezione dei mercati nazionali molto più elevati rispetto all’Europa.
Il settore cerealicolo chiede un prezzo che copra almeno i costi di produzione, come previsto dalle norme. L’industria chiede continuità e standard qualitativi costanti. Come si può conciliare redditività agricola e competitività industriale? I contratti di filiera sono la soluzione?
In Italia si produce un grano di buona qualità, ma non sufficiente a coprire il fabbisogno della nostra industria. I costi di produzione sono un riferimento, ma variano per dimensione e tipologia di azienda agricola, per qualità e per area. La legge può sancire un principio, ma non può imporre un prezzo valido per tutti. La leadership italiana nel mondo, nonostante la minore competitività dei nostri prezzi, è storicamente legata alla qualità superiore percepita della nostra pasta.
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Questa è la strada maestra: elevare ulteriormente la qualità, affinché il consumatore sia disposto a riconoscere e pagare la differenza. In questo senso, i contratti di filiera sono uno strumento utile ed efficace, ma non sufficiente. Serve più ricerca scientifica, più innovazione tecnologica e un miglioramento continuo della produzione agricola, sia in quantità che in qualità.
Il futuro della pasta passa inevitabilmente dalla sostenibilità e dalla valorizzazione della materia prima italiana. Quali politiche o investimenti ritiene prioritari per rendere la filiera più forte e meno esposta alle fluttuazioni internazionali?
Serve un grande sforzo di ammodernamento tecnologico, per innalzare gli standard qualitativi, migliorare produttività, sicurezza e sostenibilità - inclusa quella etica - in tutta la filiera.
Se potesse chiedere una misura concreta al governo o all’Unione europea per rafforzare la pasta italiana, quale sarebbe?
Il settore sta già investendo in tecnologie più efficienti, digitalizzazione e sostenibilità. La pasta è un alimento sano e accessibile, ma possiamo e dobbiamo continuare a migliorare, puntando su qualità e sostenibilità ambientale: saranno fattori decisivi per competere sui mercati globali. Ma lo sforzo deve coinvolgere tutta la filiera, in particolare la distribuzione, che deve abbandonare la logica della negoziazione spinta su un prodotto straordinario e già super-economico. D’altra parte, un piatto di pasta eccellente al consumatore non costa più di 20 centesimi.
Al governo chiediamo sostegno per la competitività dei costi produttivi - su cui siamo fortemente penalizzati rispetto ai competitor - e interventi per rimuovere le barriere tecniche all’export. A tutti gli operatori e ai consumatori chiediamo scelte coerenti ogni giorno, perché insieme dobbiamo difendere un settore che genera valore, occupazione e reputazione per l’Italia nel mondo.
L’articolo è presente su Mondo Agricolo di ottobre, la rivista dell’agricoltura
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