Di Gabriella Bechi
“Vorremmo tanto ospitare nel nostro laboratorio i gruppi contrari alle tecniche di evoluzione assistita, per dimostrare la differenza rispetto agli Ogm”. Sara Zenoni è la ricercatrice dell’Università di Verona che sta conducendo la prima sperimentazione europea Tea sulla pianta della vite vandalizzata lo scorso febbraio.
Professoressa, quando è iniziato il vostro progetto?
Il progetto è partito alla fine del 2020 con la nascita dello spin-off EdiVite. In realtà, il nostro gruppo di ricerca di Genetica agraria, coordinato dal professor Mario Pezzotti del dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, sta lavorando sui geni della vite da molto prima, in coincidenza con la scoperta del genoma editing, ovvero dal 2007, con l’obiettivo di produrre viti più resistenti ai patogeni al fine di ridurre l’utilizzo di fitosanitari necessari per la difesa dei vigneti.
In particolare, la vite è molto suscettibile a peronospora ed oidio, due patologie per il cui contenimento vengo utilizzate massive quantità di prodotti chimici. Possedevamo, pertanto, un grosso bagaglio di informazioni derivanti da anni di ricerca di base e applicata. Abbiamo poi lavorato sulle tecniche transgeniche, ovvero sulle classiche viti Ogm.
Nel frattempo, era stata messa a punto la tecnica CRISPR/Cas9, molto più semplice ed economica, e abbiamo deciso di testarla anche sulla vite. Il problema è che nella vite l’applicazione di questa tecnologia è molto più complessa che in altre piante, come il riso o il pomodoro, perché noi riuscivamo ad inserire materiale esogeno nella pianta, ma poi non potevamo eliminarlo.
Abbiamo perciò progettato e brevettato un sistema in grado di applicare l’editing genomico Dna-free nella vite tramite l’utilizzo di cellule private delle loro pareti (protoplasti) e poi di rigenerare l’intera pianta. Ciò ci ha permesso di produrre un clone di Chardonnay nel quale è stata inserito un gene, che lo rende resistente alla peronospora, uno dei principali agenti patogeni della vite.
La prima pianta l’abbiamo ottenuta nel 2022, perché la vite non si adatta facilmente alla crescita in laboratorio, ma il risultato era stato raggiunto: la resistenza alla peronospora era del 60% in più rispetto alle piante non trattate. Abbiamo quindi fatto richiesta e ottenuto l’autorizzazione per la sperimentazione in campo dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
E così le prime viti Tea sono state piantate…
Sì. Il 30 settembre 2024 cinque piante di Chardonnay Tea e cinque piante controllo sono state messe a dimora in un campo di circa 250 metri quadri inserito all’interno nel vigneto sperimentale dell’Università di Verona, con sede a San Floriano, in Valpolicella, delimitato da una rete metallica accessibile solo al personale autorizzato e sottoposto a video sorveglianza 24 ore al giorno. In inverno non siamo riusciti a fare molto, perché le piante sono andate in quiescenza e, purtroppo, nel momento in cui avrebbero dovuto iniziare a germogliare, in primavera, abbiamo subito un grave atto vandalico.
Nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 febbraio 2025 due persone hanno fatto irruzione nel campo e hanno completamente sradicato tutte le piante, lasciando le radici al freddo (in foto in alto, il campo vandalizzato). Al mattino dopo abbiamo subito rimesso le piante in terra cercando di proteggerle il più possibile dalle basse temperature. Hanno comunque subito un forte stress e germogliato molto tardi e per quest’anno abbiamo comunque dovuto rinunciare a monitorare il patogeno. Ora le piantine sembrano stare bene e stanno per affrontare la fase di quiescenza. Speriamo, nella prossima primavera, di avere dati importanti, sempre che non venga nuovamente qualcuno….
Avete idea di chi sia stato?
No. Era notte e attraverso le telecamere di sorveglianza non è stato possibile riconoscerli, ma sappiamo che ci sono dei gruppi molto attivi che intervengono anche durante le conferenze con aggressioni verbali. Sono convinti che, se si tocca il Dna, può succedere di tutto e associano questo metodo agli Ogm e alle loro implicazioni etiche ed economiche, senza nessuna volontà di capire la differenza.
Noi li abbiamo invitati tante volte nel nostro laboratorio per vedere di persona quello che stiamo facendo, come facciamo con i viticoltori, che, al contrario, sono molto interessati e mostrano grande fiducia. Se il nostro spin-off è nato è anche grazie ad un gruppo di produttori di Prosecco che hanno chiesto aiuto alla genetica.
Questo metodo è applicabile a tutte le varietà di vite?
Sì. Ovviamente per ogni varietà ci sono dei piccoli accorgimenti da prendere, ma il sistema funziona e in questo momento lo stiamo applicando sia a varietà locali, come la Corvina e la Garganica, nazionali come il Sangiovese e la Glera, e internazionali come appunto lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Pinot Nero e anche a varietà per uva da tavola. Inoltre, abbiamo iniziato la sperimentazione per il suo utilizzo su altre specie da frutto, come il pero e il melo, che soffrono di patologie che richiedono importanti trattamenti con fitofarmaci.
L’idea è quella di non limitarci alle resistenze patogene, che in questo momento sono una priorità, ma di ricercare geni resistenti a stress ambientali, come la siccità, le alte temperature, le radiazioni ultraviolette, ma anche geni che possono essere coinvolti nelle composizioni organolettiche e aromatiche delle uve.
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Quanto sarebbe importante liberalizzare la sperimentazione in campo?
Sarebbe fondamentale. La prova sperimentale in campo permette anche di verificare se lo sviluppo, la crescita e la produzione della pianta rimangono normali, rispetto alle piante suscettibili di controllo. Studiare la vite, infatti, non è semplice: si tratta di un sistema complesso, perenne, arboreo, che sta bene nei campi e non ama molto crescere in condizioni controllate di laboratorio. Inoltre, le procedure applicate al sistema vite, sistema “non modello”, richiedono tempistiche molto lunghe, strutture specializzate e personale altamente qualificato.
Procedere in questo modo, attraverso la richiesta di autorizzazioni, comporta un grave allungamento dei tempi e costi altissimi e anche rischi per la riuscita del progetto. Non è solo una questione di regole nazionali, ma anche europee. Le faccio solo un esempio. Abbiamo dovuto informare la Ue su dove avremmo piantato le viti, attraverso una geolocalizzazione precisa del campo. Questo, naturalmente, ha aperto la strada ai fanatici che commettono gli atti vandalici, cproprio come successo ai ricercatori dell’Università di Milano sui campi di riso.
A che punto è la ricerca in questa tecnologia in Italia?
In Italia, in questa tecnologia, non siamo secondi a nessuno. Siamo pronti a mettere altre piante in campo, perché le abbiamo nelle nostre serre, ma la legge non ce lo consente. Così altri Paesi vanno avanti, come l’Australia, il Cile, gli Stati Uniti e anche la Cina, che può lavorare velocemente senza alcun tipo di vincolo.
Paesi che non hanno neppure l’obbligo di mettere nell’etichetta del vino la provenienza da piante Ngt e che esportano tranquillamente in tutto il mondo, anche in Italia. In Europa, da due anni, si discute su una procedura legislativa che faccia finalmente chiarezza e apra la strada a queste tecnologie, mentre noi andiamo avanti a forza di richieste di autorizzazioni e proroghe.
L'articolo è presente sul numero di novembre di Mondo Agricolo, la rivista dell'agricoltura
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