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Riforma imballaggi, le regole sul riuso rischiano di far male al Made in Italy

13 gennaio 2023
Riforma imballaggi, le regole sul riuso rischiano di far male al Made in Italy  - News | Confagricoltura

L'articolo è disponibile sull'ultimo numero di Mondo Agricolo, cartaceo e on line

di Dario Giardi

(Sostenibilità ed economia circolare - Direzione sviluppo sostenibile e innovazione)

 

La proposta di Regolamento sugli imballaggi è stata ufficializzata dalla Commissione europea il 30 novembre scorso. La bontà delle premesse e dei considerando è indiscutibile.

Chi non vorrebbe tutelare l’ambiente, il suolo, il mare? Chi si opporrebbe alla promozione di un riciclaggio di qualità o al minor consumo di risorse naturali creando muovi mercati e filiere per sfruttare e reimmettere materiali usati nel circuito produttivo, piuttosto che smaltirli come rifiuti? Peccato che a questi nobili fini non corrispondano disposizioni adeguate a perseguirli.

Anzi, le misure del Regolamento rischiano di mettere in ginocchio il “mondo del riciclo”, che nel nostro Paese è un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale.

L’articolato del provvedimento appare in molti passaggi quasi ideologico e demagogico, piuttosto che essere ancorato a dati scientifici e al buon senso.

Il rischio concreto è che vengano travolte intere filiere strategiche del made in Italy, con conseguenze incalcolabili sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulle catene di distribuzione nazionali, a loro volta fortemente integrate su scala europea.

A subire i danni peggiori sarebbero le nostre imprese e le cooperative agricole e della filiera alimentare, ossia il cuore pulsante dell’economia nazionale e settore trainante del nostro export. Gli imballaggi alimentari in generale - inclusi quelli monouso, fra i più direttamente colpiti da questo approccio - sono strategici per la protezione e conservazione degli alimenti, l’informazione al consumatore, la tracciabilità e l’igiene dei prodotti, e svolgono una funzione essenziale nella lotta alla fame nel mondo, riducendo gli sprechi e favorendo l’accesso al cibo.

Se la Commissione stima di creare 600.000 posti di lavoro nel settore del riuso, i diversi uffici studi delle associazioni imprenditoriali e lo stesso ministro Gilberto Pichetto Fratin, sono convinti che una simile proposta, se non venisse modificata, impatterebbe negativamente e direttamente su 700.000 imprese che occupano più di 7 milioni di lavoratori, per un fatturato di quasi 2 miliardi di euro. Dati che neutralizzano completamente i benefici attesi dai commissari europei.

Si punta, con forza, sul riuso dei contenitori e sul sistema (popolare nel Nord Europa) del deposito cauzionale, con target vincolanti al 2030 e al 2040 che metteranno fuori gioco le virtuose pratiche di riciclo, proprio quel riciclo che i DRS - Deposit and Return System, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero favorire aumentando la qualità selettiva dello stesso. Peccato che, come ha osservato lo stesso viceministro Vannia Gava, tali sistemi costeranno fino a dieci volte di più dell’attuale raccolta differenziata, senza la garanzia che possano produrre effetti migliori per il riciclo e registrare un minore impatto sull’ambiente.

Se le disposizioni comunitarie in tema di imballaggi non hanno trovato fino ad oggi la giusta applicazione in alcuni Paesi, non si capisce perché debbano essere puniti quelli più efficienti, i cui modelli di trattamento dei rifiuti sono delle best practices che andrebbero piuttosto imitate. Altro punto fortemente critico riguarda gli ambiziosi obiettivi di riciclaggio. Fissarli senza prevedere parallelamente adeguate misure per supportare e di innescare investimenti nelle infrastrutture di riciclaggio e riutilizzo non ha alcun senso e manifesta una delle grandi lacune presenti nel Regolamento. Le aziende stanno sostenendo pienamente il Green Deal e hanno investito massicciamente nell’innovazione dei materiali e del design, nell’aumento della riciclabilità, nella raccolta e nell’uso di un maggiore contenuto riciclato.

Tuttavia, il raggiungimento dell’obiettivo di riciclabilità al 2030 richiede sforzi concreti e collettivi e investimenti significativi nelle infrastrutture di selezione e riciclaggio senza le quali il concetto stesso di “economia circolare” rimane vuoto.

Confermate, infine, le rigide disposizioni che regoleranno l’etichettatura degli imballaggi e che andranno a gravare su tutta la filiera, dal produttore all’utilizzatore.

Ogni imballaggio dovrà essere munito di un’etichetta che indicherà non solo di quali materiali si compone e in quale categoria di rifiuti dovrebbe essere conferito, ma anche le percentuali di materiale riciclato contenute e se esiste per tale prodotto un deposito cauzionale. La proposta, è evidente, soffre la mancanza di un percorso condiviso con le imprese. Senza condivisione, la transizione enfatizzata nel comunicato della Commissione, non potrà mai dirsi pienamente compiuta e sostenibile perché incompatibile con le esigenze e le peculiarità dei diversi settori e con obiettivi realistici ed economicamente percorribili.

Una mancanza di realismo, quella dei commissari, ancora più lampante se si considera la situazione di tempesta perfetta o di “policrisi”, come è stato definito proprio a livello comunitario il complicatissimo contesto climatico, politico, storico ed economico - con tutti i principali input produttivi al rialzo - in cui si trovano ad operare le aziende.

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